UNA FOTO, UNA STORIA

wpeE3.jpg (122680 byte)

Questa è una delle poche fotografie che posseggo degli anni ‘50, che ritraggono Marisa durante il primo dopoguerra, la quale oggi mi ha reso la sua testimonianza in merito alla seconda guerra mondiale, quando abitava a Genova Sestri Ponente:

-Quanto sono brutte le guerre! Non solo distruggono città intere ma, più di tutto, distruggono gli animi della gente-.

Lei, durante la seconda guerra mondiale, era una ragazzina e in lei di quel periodo sono rimasti solo brutti ricordi.

Mi racconta che in quegli anni aveva un’età che avrebbe dovuto essere la più bella della vita ed invece, di quel periodo, ricorda che nel cuore della notte erano svegliati, di soprassalto, da una sirena che annunciava i bombardamenti "paurosi". Allora, si dovevano alzare dal letto, ma lei faceva una gran fatica, perché in quell’età il sonno è profondo, e quindi dovevano andare a nascondersi nelle cantine del palazzo, rinforzate (si fa per dire) da sacchi di sabbia, che dava loro l’illusione di essere al sicuro.

Fortunatamente, a Sestri non hanno mai lanciato delle bombe (solo una casa è crollata, dove è rimasta sepolta una sua compagna di scuola).

Da ciò, è nata una credenza popolare: a nord di Sestri c’è un Santuario con una grossa Madonna bianca rivolta verso la città che, con le braccia protese verso essa, sembra volerle dare un seguo di protezione. Per cui è rimasta la convinzione, fra la gente di Sestri, di aver ricevuto una grazia da parte della "Madonna della Misericordia".

La guerra è una gran brutta esperienza e mia nonna Marisa, quando ne parla, ha sempre un velo di tristezza fra gli occhi e si augura, con tutto il cuore, che mai si debba ripetere una simile bruttura.


wpeE4.jpg (137156 byte)

 

In questa foto è rappresentato mio nonno con i suoi compagni di caserma, a Roma, durante il periodo in cui era militare nel 1947; in quel preciso momento stavano pelando le patate, per poi bollirle per la cena di tutta la caserma.

Mio nonno mi racconta che nel Ottobre del 1944 fu preso dalle Brigate nere e portato prima a Sassello, poi ad Altare ed infine a Savona, dove passò trentasei giorni in prigione, lì venne maltrattato e picchiato , perché non voleva arruolarsi. Stremato, infine decise di arruolarsi, controvoglia, ma obbligato per non essere ucciso.

Pochi giorni dopo venne spostato a Vercelli, fece due mesi di addestramento militare e una sera decise, con altri dieci compagni, di fuggire e tornare a casa; passarono per campi e boschi, subirono molti attacchi e imboscate perdendo così due amici. Per contrastare i continui attacchi da parte delle Brigate Nere si dovettero iscrivere nei Partigiani per cui dovettero andare a Boves, piccolo paese in provincia di Cuneo. Dopo un periodo da Partigiano decise che quel tipo di vita non era fatta per lui, troppa violenza, troppi amici persi in battaglia e domandandosi continuamente il perché di tutto questo.

Ottavio, a quel punto, ritrovò di nuovo il coraggio di scappare, questa volta erano in due, fuggirono di notte, faceva molto freddo e per terra c’era la neve, dovettero attraversare anche parecchi fiumi e alcuni di essi con l’acqua alta più di un metro, non potendo passare sui ponti perché piantonati e controllati dai Tedeschi. Arrivati a Mondovì, i due si separarono e mio nonno proseguì da solo, dormiva nei casolari abbandonati e mangiava quello che trovava, a volte però trovò anche famiglie che lo invitavano a mangiare con loro, tutto ciò era fortemente supportato dallo spirito di tornare a casa, dove avrebbe sicuramente trovato qualcuno che lo stava aspettando, dandogli un piatto caldo e un comodo letto per riposare. Il viaggio terminò otto giorni dopo, arrivò a casa; il tempo di salutare e arrivò un suo amico ad avvisarlo di nascondersi perché i Tedeschi li stavano cercando; ripartì immediatamente per la terza volta e si rifugiarono sul tetto di una piccola chiesetta di Montechiaro, il Santuario della Carpineta dove dovettero abitare, nascosti, per ben due mesi.

Di notte i contadini della zona gli portavano del cibo, che essi tiravano su con una cesta legata ad una corda.

Tutto finì il 2 Aprile 1945, quando poté finalmente ritornare a casa per sempre. Ancora oggi mio nonno Ottavio è devoto al Santuario della Carpineta, tutte le mattine la vede dalla sua finestra e quando ne parla gli si accende un sorriso sulla sua anziana bocca.

Mio nonno mi dice sempre, quando mi racconta queste vicende: - Fortunato te, che sei nato in un’era diversa!-, poi però ci pensa un po’ su e dice: -Però in fondo lo ero anche io, perché avevo vent’anni!

Home page