La storia di Merana

L’etimologia del toponimo "Merana"

Più volte capita di leggere in testi diversi (mutatis mutandis ) il seguente cenno storico su Merana: "Il rinvenimento nel territorio di Merana di un’accetta in pietra verde levigata fa pensare ad uno sporadico popolamento dell’area sin dal neolitico…l’insediamento in epoca romana è testimoniato dal rinvenimento, …in loc. Casorano, probabilmente lungo la via Aemilia Scauri, di alcune tombe ad incinerazione. E dal latino "Mariana" – derivato da Marius – si fa derivare il toponimo Merana. La prima citazione storica di Merana è del 14 marzo 1170 quando l’Arcivescovo di Milano, Galdino, conferma i beni e i diritti all’abbazia S.Quintino di Spigno… tra questi vi è anche la chiesa di "San Nicolai di Mairana".

L’affermazione, ripetuta da più di un ricercatore di storia locale, offre il fianco ad alcune osservazioni: non è ben chiaro ( nè sufficientemente provato) il nesso storico tra il rinvenimento di "alcune tombe ad incinerazione" e un probabile "insediamento romano": le tombe del tipo ad incinerazione (pur con la presenza di vetri, ceramiche ed utensili in bronzo non meglio specificati nelle dichiarazioni dei ricercatori di storia locale) possono appartenere più probabilmente ad un’epoca pre-romana o addirittura ad un’epoca barbarica, piuttosto che romana; per quanto riguarda il tracciato della via Aemilia Scauri è perlomeno dubbio che essa transitasse presso l’attuale Merana e che quindi il tracciato sia associabile a sepolture della stessa epoca romana ( repubblicana o imperiale) e soprattutto al patronimico latino Marius-Mariana ( supponiamo che i ricercatori che riportano questa informazione facciano riferimento a un ipotetico "fundus Marianus " come nell’esempio di "fundus Gratianus" o "fundus Allianus" per i toponimi e le etimologie di "Grazzano" e di "Agliano").

Riprendendo il discorso del tracciato della strada romana collegante Roma con Vada Sabatia (Vado Ligure) attraverso Acqui e l’alta Val Bormida, pare arrischiato individuarlo sempre nella bassa valle paludosa lungo il corso del fiume: le strade romane venivano tracciate in modo da essere praticabili in qualsiasi condizione climatica e /o alluvionale, quindi sui crinali o a mezza costa, solo eccezionalmente accanto ad un fiume; anche l’esistenza delle stazioni di posta (mansiones o mutationes) romane di "Canalicum" e " Crixia" - Cairo, Crixia o Spigno che sia - non bastano a giustificare il percorso della Aemilia Scauri accanto al fiume poiché le stazioni di riposo o di cambio dei cavalli sembra fossero poste in alto, come nel caso della località "Castoria" di Spigno dove la memoria popolare colloca l’esistenza di una ipotetica città romana.

Pare altresì strano che un qualsiasi insediamento romano ( anche una semplice "villa") nei territori meranesi non abbia lasciato testimonianze di citazioni fino a tutto il XII° sec. quando l’arcivescovo Galdino ricorda "Mairana".

Ma è sul piano più prettamente linguistico che l’etimologia fin qui proposta non appare convincente: il suffisso linguistico" ano/ana" indica tipicamente una derivazione romana ma non necessariamente: Merana ( oggi, in lingua italiana ) o Meirana nei documenti del Basso Medioevo e nel dialetto locale, non possono - a mio avviso – derivare dal patronimico romano Marius per almeno tre ragioni: 1) la "a breve" latina non gemina mai nel dittongo "ei" nel passaggio dalla lingua latina al volgare medievale e all’attuale italiano; 2) tanto meno la "a "latina può trasformarsi nel dittongo "ai "di "Mairana che si deve proporre come errore di trascrizione o errore d’interpretazione per il più probabile "ei" di "Meirana", toponimo quindi già ben presente a partire dal 1170; 3) l’etimo di " Meirana" trova origini e significati più convincenti nelle lingue barbariche degli invasori che provocarono la caduta dell’impero romano piuttosto che nella lingua della latinità imperiale.

Spendiamo qualche parola ancora per cercare di convincere il lettore; due sono i modi in cui le peculiarità linguistiche germaniche ( della Germania intesa nel senso più vasto, cioè "pianure dell’Europa centrale") poterono entrare nel lessico delle parlate romaniche d’Italia dopo il V° secolo d. C. : o i futuri Italiani le sentirono dai loro nuovi Signori mentre essi parlavano germanico, o le ripeterono per farsi capire da quelli; oppure esse rimasero come peculiarità idiomatiche nella parlata di quei Goti o Longobardi che, avendo imparato a parlare romanico, dopo aver perduto l’uso della loro lingua nazionale, si fusero linguisticamente con la popolazione italico romana mantenendo l’uso di quei vocaboli.

Gli storici della lingua parlano nel primo caso di "prestigio linguistico" o " azione del super strato" e nel secondo caso di "relitti linguistici": nel caso di "Merana – Meirana" ma anche "Merano"di quale caso si tratta? Crediamo di un "relitto linguistico" celtico ligure.

Per questa spiegazione ci aiuta sia il dialetto ancora parlato che l’etimologia di altre parole in uso nel territorio di Merana; il fiume Bormida in dialetto locale si dice "Burgna": è ormai acclarato che questo nome derivi agevolmente dal sassone "Burn" o dalla radice indoeuropea ( celtica o germanica o baltica o slava o italica) "Bor" ( è il caso di ricordare le divinità liguri delle acque Bormanus-Bormana attestate ad Aquae Sextiae ); per gli antichi Belgi " Bor - Born" indica la fonte, la sorgente, il torrente (ma anche l’inglese moderno "to born " è il verbo "nascere, scaturire" da considerarsi un concetto traslato di "sorgente"come nascita di un fiume).

Quindi "Bormida" deriva da "Bor" nel significato indoeuropeo di torrente, corso d’acqua.

E il suffisso " gna" o " mia" o " mida" come si spiega nel termine "Burgna" o "Burmia" o "Bormida"(ma ci sono numerose altre sfumature dialettali di pronuncia)?

Con "mia" che significherebbe "veloce, impetuoso": Bormida ha dunque il significato di " corso d’acqua impetuoso" e infatti il termine "burnia, ‘na burnia " in molte aree piemontesi non è nome proprio ma "nome comune" e significa semplicemente " un corso d’acqua impetuoso con le stesse caratteristiche del fiume Bormida"...o del torrente Borbera, per rimanere nell’ Alessandrino.

Ecco l’aggancio per il significato linguistico di "Meirana", cioè : "mia – me – rian"!

Il dialettale (e onomatopeico) "rian" in tutta l’area ligure piemontese significa "torrente", anzi nella cultura- lingua dialettale locale non esiste il lemma dotto "torrente"( anch’esso di origine indoeuropea attraverso il latino "torrere- essere secco") il cui concetto è espresso esclusivamente con "rian"( al quale possiamo far risalire un altro termine tipicamente langarolo, " rittano" , piccolo torrente, ri – tt – an - o).

Troviamo assai più convincente ( e proponiamo come corretta interpretazione ) far risalire il termine "Merana" (la trasformazione del dittongo "ei" in "e" è soluzione accertata in linguistica, come in "mei – me") a " mia – mei – me – r(i)an " cioè " veloce torrente".

E la geografia aiuta in questo come in molti altri casi di indagine toponomastica: l’abitato di Merana è attraversato da due corsi d’acqua a carattere torrentizio denominati " rian d’ Vatti" e "rian di Varodi".

A questo punto, nella memoria geografica d’ognuno, altri nomi e nozioni vengono alla mente per confermare la nostra spiegazione del nome "Merana": Merano in provincia di Bolzano è nota cittadina attraversata dall’impetuoso torrente Passirio, la val Maira deve il nome al rapido fiume che la percorre, il Maira, la piovosa e ricca di torrenti Sierra (catena montuosa) de Meira, nella zona basca ( quindi di lingua celtica, e noi affermiamo proprio che Merana è nome di origine celtica ) della Spagna nord occidentale.

Ancora: il torrente Maira in val Brembana, che nasce a nord di Chiavenna, nell’Engadina svizzera – celtica (guarda caso…) passando per Chiavenna stessa dove l’impetuoso torrente muta leggermente ma significativamente (per la nostra ipotesi etimologica) il proprio nome in MERA…

Conclusione: è universalmente accettato che la parola ligure – celtica "AR" ( ancora viva come radice linguistica nel dialetto piemontese, es. "àrbi", abbeveratoio ) significhi ACQUA CORRENTE (come non ricordare subito il Tan-ar- o da noi ma pure il fiume Aar in Germania, per es.) : è questa la parola degli antenati Celti diffusa in tutto il loro vasto, antico territorio a determinare gli esiti AIR - ERA – EIR di Mairana, Merana, Meirana….e non quella riferita a un supposto "super Marius - Marianus" d’incerta ascendenza romana.

Sandro Buoro

 


Brevi cenni storici

Il rinvenimento, nel territorio di Merana, di un accetta in pietra verde levigata fa pensare a uno sporadico popolamento dell’area sin dal neolitico; mentre l’insediamento in epoca romana è testimoniato dal rinvenimento, durante uno scavo in località Casorano, probabilmente lungo la via Emilia Scauri, di alcune tombe ad incinerazione.

La prima citazione storica di Merana è del 14 marzo 1170 quando l’arcivescovo di Milano, Galdino, conferma i beni e i diritti all’abbazia di S. Quintino di Spigno; tra questi beni vi è anche la chiesa di S. Nicolai di Mairana. In un altro documento del 9 maggio 1179, dove il papa Alessandro III conferma sempre i beni e i diritti all’abbazia di S Quintino, compare ancora la chiesa di S. Nicolai de Marana. Sempre nello stesso anno abbiamo la prima citazione di un Meranese, si tratta di Airaldus di Mairana presente come teste al giuramento di obbedienza che l’abate di S. Quintino, Rolando, presta al vescovo di Savona, Guido. Mentre nel 1182 è citato Alberto Grosso di Mairana che, davanti ai consoli del comune di Savona, emancipa il figlio Gisolfo

Per trovare un’altra citazione di Merana dobbiamo andare al 4 giugno 1257 quando i marchesi di Ponzone, discendenti da Aleramo, fanno la divisione dei loro possessi. Oggetto della divisione sono i luoghi di Ponzone, Sassello, Spigno con Merana, Rocchetta, Turpino e Montecastello. Da questa divisione apprendiamo che Merana faceva parte del distretto di Spigno, di cui seguirà le vicende storiche sino al periodo napoleonico. Il 1° aprile 1275 il marchese di Ponzone Emanuele dà in feudo Merana ai fratelli Tanteco, Francesco e Bonifacio de Bisertis. Di questa famiglia è anche il notaio Federico de Bisertis, detto Mayrana, presente nel 1310 ad un atto a Spigno.

Il 22 novembre 1290 il marchese Tommaso di Ponzone dona al comune di Genova i suoi diritti su due parti del castello, borgo, distretto e territorio di Spigno, dei castelli di Merana e di Rocchetta di Spigno, ricevendoli in feudo. In questo documento vi è la prima notizia dell’esistenza di un castello a Merana.

Il 3 febbraio 1300 il marchese Tommaso di Ponzone vende due terze parti di Spigno, Merana e Rocchetta ad Alberto Del Carretto dei marchesi di Savona. Morto Alberto, nel 1304 gli succede il figlio Franceschino, che muore nel 1313. La madre Tiburgia Fieschi, esecutrice testamentaria, nel 1314 vende le due terze parti di Spigno, Merana e Rocchetta a Giacomo dei Del Carretto di Novello, marito della figlia Eliana. Lo stesso Giacomo, nel 1332, acquista la rimanente terza parte di Spigno, Merana e Rocchetta dai marchesi di Ponzone. Nel 1338 Merana risulta sub infeudata a Federico Guttuario. Nel 1340 Giacomo riceve l’investitura di Spigno, Merana e Rocchetta dal doge di Genova Simone Boccanegra.

Alla morte di Giacomo i feudi passano ai figli Enrico, Antonio, Alberto, Manfredo e Franceschino. Nel 1359, in seguito a divisione, Manfredo ottiene Spigno, Merana e Rocchetta. Morto Manfredo, gli succedono i figli Franceschino, Giovanni e Ludovico. Nel 1392, dopo un accordo con i fratelli, Franceschino diventa signore unico di Spigno, Merana, Rocchetta, Dego, Malvicino e di cinque sesti di Serole. Da Franceschino, figura di un certo rilievo, nel 1389 è podestà di Genova, ha inizio la linea dei Del Carretto di Spigno.

Nel 1418, a seguito della guerra che vede il duca di Milano e il marchese del Monferrato alleati contro Genova, Giacomo del Monferrato occupa con al forza Spigno. Franceschino viene ferito e muore poco dopo. Il figlio Giovanni Fraylino è costretto a giurare la fedeltà all’occupante. Nel 1419 viene concordata una transazione tra Milano, Monferrato e Genova. Quest’ultima cede alcuni suoi feudi dell’oltre giogo al marchese del Monferrato, tra i quali Spigno, Ponzone, Dego, Cairo.

Giovanni Fraylino non accetta la cessione, perché ottenuta con la violenza, grazie all’aiuto degli Spignesi e a un prestito sottobanco del duca di Milano; egli  riesce a riconquistare Spigno e gli altri suoi possessi. Però, a garanzia del prestito, deve dare in pegno Merana e Malvicino al commissario del duca di Milano, Urbano Rampino di Santalosio.

Nel 1431, scoppiata una guerra tra il duca di Milano e Venezia, alleata col marchese del Monferrato, viene invaso dalle truppe milanesi, al comando del condottiero Francesco Sforza, il Monferrato. Una parte delle truppe, al comando del Santalosio, occupa molti luoghi delle Langhe e della valle Bormida soggetti al Monferrato. Anche Spigno viene occupato e il Santalosio vi fissa il suo comando. Giovanni Fraylino, che all’epoca risulta residente nel castello di Merana, viene indotto dal Santalosio, a donare Spigno, Merana, Rocchetta, Malvicino e i cinque sesti di Serole al duca di Milano, ricevendoli poi i feudo. Negli anni seguenti Giovanni Fraylino deve difendersi dal marchese del Monferrato che, in seguito alla pace con il duca di Milano, rivendica il possesso dei feudi spignesi in base alla cessione del 1419. Giovanni Fraylino, spalleggiato da Genova, resiste alle pressioni monferrine e milanesi sino al 1448, quando dona al duca di Savoia tutti i suoi possessi. Alla sua morte gli succede il figlio Franceschino, che troviamo nel 1452 alleato del nuovo duca di Milano, Francesco Sforza, nella guerra contro Venezia. Con la pace di Lodi, del 1454, ratificata da Franceschino come aderente e raccomandato del duca di Milano, egli viene liberato dalle pretese del marchese monferrino e dalla donazione del 1448 al duca di Savoia. Lo stesso anno Franceschino, a nome suo e dei fratelli minori Tommasino e Galeotto, riceve da Francesco Sforza l’investitura dei feudi spignesi, compresa Merana. I Del Carretto di Spigno formalmente riacquistano la loro autonomia, solo soggetti all’alto dominio dell’imperatore, ma di fatto sotto tutela milanese.

Alla morte di Franceschino, avvenuta prima del 1477, i feudi spignesi sono governati in condominio dalla moglie Bartolomea, tutrice del figlio Giovanni Fraylino II, e dal cognato Tommasino. Morto Giovanni Fraylino II, lascia i figli Ercole e Giovanni Fraylino III. L’anno 1497 Tommasino, che ha un figlio, Aloisio, anche a nome dei nipoti Ercole e Giovanni Fraylino III, giura la fedeltà al duca di Milano Ludovico il Moro.

All’inizio del ‘500 troviamo consignori dei feudi spignesi, e quindi di Merana, Giovanni Fraylino III e Aloisio. Giovanni Fraylino III nel 1529 vende la sua metà, al nobile savonese Francesco Spinola. Nel 1535 muore Aloisio lasciando i figli Tommaso e Galeotto. La vendita fatta da Fraylino III è contestata dai figli Scipione e Giovanni Francesco, i quali in un primo momento si vedono riconosciuti i loro diritti, ma in seguito, accusati di aver servito in armi la Francia, in guerra contro la Spagna e l’impero, vengono condannati alla pena capitale e la loro parte confiscata. Nel 1573, in seguito alla confisca, viene fatto un censimento dei feudi spignesi, dal quale risulta che la comunità di Merana ha 30 fuochi, cioè famiglie; anime, cioè persone 186, delle quali 36 uomini e 150 tra donne e figlioli. Risulta anche che non si fanno commerci e che l’unica attività lavorativa è quella di coltivare la terra, che viene giudicata di non buona qualità.

Nel 1578 muore Tommaso senza eredi; la sua parte viene incamerata dalla Regia Camera di Milano. Viene inviato un commissario per prendere possesso della metà dei feudi, che interroga vari testi sulla consistenza dei beni feudali. A Merana vengono interrogati Thomas Gripiolus, Antonius Girardus, Zaninus de Bisestis. Giurano poi la fedeltà i capi di casa: Augustinus de Magistris, Antonius Peirelus, Ioanninus de Bisestis, Dominicus Gheltritus, Cechinus Ghilionus, Cechinus Alexander, Antonius Alexander, Antonius Girardus, Antonius Caitus, Sanellus Caitus, Oldonus Caitus, Andreas Grapiolus, Benentus Ghilionus, Ioanninus Grapiolus, Ioannis Morettus, Simon Brondus, Antonius Gallus, Leo Princius, Stephanus Minottus, Antonius Garinus, Thomas Grapiolus, Alexander Cechini, Ioannis Minottus, Cechinus Giraldus, Antonius Princius, Petrus Bisestus.

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Da questo documento risulta che il castello di Merana è parzialmente rovinato e che il podestà di Spigno ha giurisdizione anche su Merana.

Nel 1579 la metà dei feudi spignesi, già di Tommaso, viene assegnata ad Aloisio Asinari di San Marzano, figlio di Marco e di Caterina Del Carretto, sorella del defunto. Nel 1590 anche la metà confiscata ai figli di Giovanni Fraylino III viene assegnata ad Aloisio. I feudi spignesi tornano così sotto a un unico signore.

Ad Aloisio succede il figlio Marcantonio, che nel 1614 ottiene dal re di Spagna, Filippo III, l’elevazione dei feudi spignesi in marchesato. Fanno parte del marchesato, oltre a Spigno, che ne è il capoluogo, le comunità, ossia i comuni, di Merana, Malvicino e Serole

Durante la guerra dei "trent’anni", che si protrasse dal 1618 al 1648, tutta l’Italia nord occidentale è interessata dalla guerra; in particolare la valle Bormida diventa teatro di vari episodi bellici, con continui passaggi di truppe, questo causa un generale impoverimento della popolazione che diviene facile preda di una grave epidemia di peste negli anni 1630/31. Dalla documentazione esistente risultano particolarmente colpiti i luoghi di Piana, Turpino e Montechiaro, mentre su Merana non vi sono notizie.

Morto Marcantonio il marchesato passa al figlio Federico, di carattere autoritario e collerico; egli ben presto si scontra con i sudditi e con gli abitanti dei luoghi vicini, rendendosi responsabile di uccisioni, saccheggi. Nel 1659 tenta di assalire Spigno con 180 banditi, ma viene respinto dagli Spignesi. Per i suoi eccessi viene, contumace, condannato a morte dal re di Spagna. Muore a Savona nel 1670.

A Federico succede il cugino Lelio Invrea, patrizio genovese, da lui adottato, che è persona di buon carattere e rispettoso dei diritti dei sudditi.

Il 28 giugno 1674 i capi di casa di Merana, davanti al conte Cesare Pietrasanta, conservatore del patrimonio, e al podestà di Spigno, Carlo Filippo Cassola, giurano la fedeltà a Lelio Invrea; i giuranti sono: Giovanni Bisestro, Francesco Ghione, Giovanni Battista Vinotto, Pietro Pera, Bartolomeo Varaldo, Giovanni Bronda, Bartolomeo Pera, Giovanni Tommaso Ghione, Giovanni Rosselli, Pietro Vinotto, Vincenzo Gheltrito, Giacomo Caito, Giacomo Girardo, Bernardo Gallo, Giovanni Gilardo, Giovanni Domenico Marengo, Guglielmo Reinotto, Giacomo Ghione, Pietro Francesco Gheltrito, Giovanni Pera, Antonio Gallo, Giacomo Rossello, Giovanni Maria Chiesa, Giacomo Grapiolo, Giovanni Antonio Chiarlone, Stefano Bisestro, Simone Rosselli, Sebastiano Ghione, Bernardino Trincherio, Giacomo Ghione, Antonio Prina.

Nel 1687 Lelio Invrea dona il marchesato al fratello Ippolito. Ma alla successione si oppongono i Del Carretto di Mombaldone, i quali, producendo falsi documenti attestanti il loro diritto alla successione nel marchesato, nel 1699 ne ottengono investitura dall’imperatore Ludovico I.

Gli anni a seguire sono, per i sudditi del marchesato, caratterizzati da disordini e instabilità a causa di contrasti interni ai Del Carretto di Mombaldone, all’opposizione di Ippolito Invrea, alla rivendicazione di diritti sul marchesato anche dai Del Carretto di Ponti e sopratutto alle trame del duca di Savoia, che aspira ad annettersi il marchesato. Nel 1619, il marchesato viene dall’Impero confiscato ai Del Carretto di Mombaldone, accusati di aver ottenuto l’investitura presentando documentazione erronea e falsa.

Nel 1724 il marchesato viene comprato dal re di Sardegna, Vittorio Amedeo II, per la somma di 350 mila fiorini.

Nel 1730 il marchesato è investito alla contessa Teresa Canalis di Cumiana, moglie morganatica del re Vittorio Amedeo II. Alla morte di questa gli succede il figlio Pietro Francesco Novarina.

Durante l’occupazione napoleonica Merana fa parte del Cantone di Spigno, dipartimento di Montenotte.

Nella prima metà del ‘900, a seguito delle leggi fasciste del 1926, i piccoli comuni vengono soppressi. Merana è aggregata al comune di Spigno come frazione, sino alla Liberazione del 1945, quando riacquista la sua autonomia.

Brevi cenni sulla vita religiosa a Merana

Come abbiamo visto in precedenza la chiesa di Merana, intitolata a S. Nicolao, dipendeva in origine dall’Abbazia di S.Quintino. Solo con la soppressione dell’Abbazia ed annessione alla diocesi di Savona, avvenuta all’inizio del ‘500, viene, in data imprecisata, creata la parrocchia. Dalle prime visite pastorali effettuate dopo il Concilio di Trento, risulta che nel 1565 la chiesa, situata sul monte del castello, è in cattivo stato e quasi sprovvista di arredi sacri, tanto che il visitatore propone di aggregare la parrocchia a quella della Rocchetta. Nella successiva visita del 1573 le cose non sono migliorate e, in quella del 1580 viene proposto, stante che la chiesa è molto scomoda e distante dalle borgate del paese, di erigerne una nuova in luogo più agevole. Nel 1603 la chiesa nuova non è ancora fabbricata ed il vescovo minaccia, ancora, di sopprimere la parrocchia ed aggregarla a quella di Piana. La chiesa verrà poi fabbricata nei pressi dell’attuale cimitero.

A causa della la scarsa popolazione, la parrocchia risultò sempre molto povera, per cui fu sempre difficile trovare preti che l’accudissero. Nel 1792, in occasione della cessione da parte del vescovo di Savona al re di Sardegna del feudo ecclesiastico di Lodisio, venne previsto, nel contratto di cessione, un sussidio annuale alla congrua di cento lire per le parrocchie di Merana e Rocchetta.

vecchia_chiesa_1913.JPG (66126 byte) Nel 1888, per iniziativa del parroco don Pietro Nani, la chiesa viene ampliata e rifatta la facciata, come è possibile vedere in alcune vecchie foto. Nel 1935, parroco don Pietro Amighetti, viene iniziata la costruzione della chiesa attuale, costruzione che termina nel 1941. In seguito la vecchia chiesa sarà demolita.

Note di Francesco Nano, autore del libro Spigno Monferrato, Vicende storiche.

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